Legambiente Otranto

ACQUA PUBBLICA Vs ACQUA MINERALE, LA DIFFERENZA...............FA ACQUA!!

degustazione acqua

Data: 25/08/2011


Categoria: Sensibilizzazione


Otranto: sondaggio sul tema "Acqua pubblica Vs Acqua minerale", il 56,3% riconosce l'acqua pubblica rispetto al 40% propenso per l'acqua minerale, indifferente il restante 3,7%.

Si è concluso il Campo di Volontariato di Legambiente, tenutosi ad Otranto dal 13 al 23 agosto c.m., che ha visto il coinvolgimento di un gruppo di volontari in diverse attività mirate alla salvaguardia e valorizzazione di luoghi (naturali ed antropici), nonché alla promozione di azioni di sensibilizzazione, comunicazione, informazione ed educazione ambientale sull’uso dell’acqua pubblica nei confronti dei cittadini, degli esercizi commerciali, delle aziende e dei turisti/visitatori della nostra città.

Tra le iniziative svolte dai volontari, quella che ha suscitato maggiore interesse è stata il sondaggio sul tema “acqua pubblica Vs acqua minerale”, legata prevalentemente alla campagna nazionale di Legambiente “Acqua di Rubinetto”. Il lavoro dei volontari ha permesso, attraverso la degustazione delle due tipologie di acqua da parte dei consumatori, la raccolta di una notevole quantità di dati che hanno espresso il seguente risultato:

  • il 56,3% riconosce l’acqua di rubinetto;
  • il 40% è più propenso verso l’acqua minerale;
  • il 3,7% non trova differenza.

Il sondaggio, al di la dei luoghi comuni che alimentano la differenza e nonostante l’acqua di rubinetto sia sicura, economica, comoda e rispettosa dell’ambiente, ha sollevato molti timori e miti ancora da sfatare.

 

Riflessioni sulla risorsa “acqua”


Cos’è l’acqua?

L’acqua, quindi, è un elemento fondamentale per la vita sulla Terra (e questo è intuitivo), ma anche l’elemento più potente nel modellamento fisico dell’aspetto del nostro pianeta. Ma cos’è l’acqua? Quasi tutti, da un certo momento della vita in poi, imparano che la formula chimica dell’acqua è H2O (il che significa che ogni molecola d’acqua è composta da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno). Molto più difficile assimilare l’enorme mutevolezza di questo elemento. Può cambiare di stato senza difficoltà, divenendo via via solida, liquida o gassosa, assumendo forme cangianti dovute a temperature, umidità e pressioni differenti. Ogni goccia d’acqua differisce dalle altre per i sali ed i gas disciolti in essa. Semplice, quindi, ed umile come aveva intuito San Francesco quando scrisse, nel suo Cantico delle Creature: “Laudato si’, mi’ Signore, per sor acqua, la quale è molto utile et umile et pretiosa et casta”. Ma anche enormemente complessa e, per certi versi, ancora da capire a fondo.

 

Cos’è l’acqua buona?

Oltre che quel liquido azzurrino che nelle pubblicità delle acque minerali scroscia tra cascate e modelle in costume da bagno, l’acqua pulita è un liquido tutto sommato facile da definire. Si tratta di un’acqua ragionevolmente vicina alla sua qualità originaria, priva cioè di alte percentuali di veleni agricoli (pesticidi e fertilizzanti), industriali (e qui l’elenco è quasi infinito) e biologici (cioè tracce di acque fognanti o putride, di origine umana e animale). Se prendiamo la situazione del nostro paese, sapendo che la quantità d’acqua annualmente disponibile è pressochè  la stessa, il quesito si sposta da una prima domanda ad una seconda. Cioè non più “quanta acqua è disponibile”, ma “quanta acqua pulita è disponibile?”. Gli italiani, nella loro beata incoscienza, sembrano non interessarsi più di tanto al problema. La tipica soluzione dell’acqua inquinata sta, per una normale famiglia italiana, nell’entrare in un supermercato e caricare in macchina più acqua minerale possibile. La realtà è che l’acqua pulita è una risorsa in forte diminuzione, cosa che non si può dire in Italia per l’acqua in generale.

 

Le acque minerali

Dopo gli anni 60’ e 70’ in cui l’acqua minerale era destinata a neonati e persone anziane con problemi medici, ormai qualunque ristorante, anche se vicino alle più famose e cristalline sorgenti montane, piazza sul tavolo dei clienti una bottiglia di acqua minerale, richiesta o meno. E chi prova a chiedere una caraffa d’acqua del rubinetto viene guardato, nella maggior parte di casi, con occhio di sufficienza. Gli scaffali dei supermercati offrono acque per tutte le tasche e la battaglia è sempre più accesa tra chi sottolinea la qualità del proprio prodotto e chi, invece, punta sul prezzo più basso possibile.

Ma cos’è l’acqua minerale? La legge (si tratta del DL 105/92) spiega che un’acqua minerale deve avere “un’origine profonda e protetta, essere confezionata all’origine, avere la purezza batteriologica originaria, avere caratteristiche batteriologiche costanti ed effetti favorevoli alla salute”. Le acque che mancano dell’ultimo requisito, classificate dalla legge con il nome di “acque di sorgente”, possono anch’esse essere commercializzate, in bottiglia, in contenitori per i distributori d’acqua, oppure utilizzate per la preparazione di bibite imbottigliate. Tutto marcia a gonfie vele nel mondo dell’acqua minerale italiana, dunque? Non proprio.

Infatti, un’occhiata alle normative sanitarie riserva più di una sorpresa. Le tabelle che stabiliscono i limiti massimi ammissibili per alcune sostanze pericolose per le acque potabili degli acquedotti (DL 238/88) e quelle che riguardano le acque minerali (DL 542/92) sono differenti. E, stranamente, con una tolleranza molto maggiore per il contenuto delle acque in bottiglia.

 

La differenza…….fa acqua!

Qualche esempio? Il contenuto massimo di arsenico è di 50 microgrammi/litro per le acque del rubinetto e 200 per le acque minerali. Il cadmio ammesso è 5 microgrammi/litro per gli acquedotti contro i 10 delle acque minerali, i nitrati devono essere assenti nell’acqua potabile e sono permessi nell’acqua minerale, il nichel non è preso neanche in considerazione tra le sostanze pericolose nell’acqua imbottigliata.

Una normativa più permissiva regola il mondo delle acque minerali e questa differenza non è piaciuta molto all’Unione Europea che ha valutato di aprire contro l’Italia una procedura d’infrazione.

La salubrità delle acque di acquedotto è più controllata rispetto alle acque minerali, perché per queste ultime è previsto un campionamento mensile relativo a circa 15 parametri, mentre quelle di rubinetto sono monitorizzate due volte al giorno, in riferimento a circa 30 parametri sanitari.

La quasi totalità di queste acque è commercializzata in bottiglie di plastica che, essendo stoccate in piazzali e trasportate su camion, sono sottoposte al calore dei raggi solari, i quali favoriscono la proliferazione batterica e il rilascio di sostanze chimiche nocive dalle bottiglie (il cancerogeno Cloruro di Vinile Monomero delle bottiglie in PVC). Non dimentichiamo, inoltre, la gestione ambientale di una massa di milioni di bottiglie di plastica, che ingrossano le discariche o finiscono negli inceneritori o termovalorizzatori.

Alcune marche hanno introdotto sul mercato acqua "purificata" (es. acqua Dasani, marchio della Coca Cola, acqua filtrata del fiume Tamigi, venduta a 1,40 euro/500 ml.), cioè sottoposta a procedimento di filtraggio per eliminare tracce di cloro e minerali pesanti. Si tratta di acqua potabile di rubinetto filtrata e imbottigliata.

L'Università di Ginevra ha confrontato dei campioni di acqua minerale e di rubinetto. Il risultato delle analisi non ha rivelato sostanziali differenze se non per la presenza di un quantitativo superiore di minerali nelle acque imbottigliate. La differenza maggiore è da ravvisare nella disparità di costo: l'acqua in bottiglia costa circa 1000 volte di più di quella di rubinetto.

Alla luce di queste considerazioni, possiamo concludere che in Italia la qualità dell'acqua di rubinetto supera o, nel peggiore dei casi, uguaglia quella minerale in bottiglia, se si esclude l'eventuale odore di cloro, che comunque evapora se si ha l'accortezza di riempire la bottiglia d'acqua alcuni minuti prima di berla. Il cloro è utilizzato nel processo di disinfezione delle acque potabili, per la sua capacità di ossidare ed inattivare i batteri e le sostanze organiche eventualmente disciolte nell'acqua.

 

Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia

L’acqua e la sua gestione sono questioni centrali nel nostro Paese. Lo hanno confermato 1 milione e 400mila cittadini che in prima persona si sono impegnati per chiedere a Governo e Parlamento di modificare la legge che obbliga la privatizzazione del servizio idrico, e che hanno ottenuto con una straordinaria raccolta firme l’indizione del referendum per modificare l’attuale normativa del settore, il cosiddetto Decreto Ronchi.

L’esito referendario del 12 giugno è noto a tutti. Ma mentre il dibattito pubblico/privato per la gestione del servizio idrico è tuttora in corso, in Italia esiste già una forma di privatizzazione dell’acqua, o meglio delle sorgenti concesse a prezzi ridicoli alle società che imbottigliano l’acqua. L’ormai annuale rapporto di Legambiente e Altreconomia (realizzato attraverso un questionario mandato a tutte le amministrazioni regionali e alle province autonome di Trento e Bolzano a cui solo la Sicilia non ha risposto) fa il quadro aggiornato sulle concessioni rilasciate dalle Regioni evidenziando i canoni, irrisori nella quasi totalità dei casi, che le società pagano per tale diritto. Una sorta di obolo in netto contrasto con il volume di affari del settore ma soprattutto in confronto all’altissimo valore di una risorsa limitata e preziosa come è l’acqua di sorgente.

 

Il business delle acque in bottiglia

Un mercato, quello delle acque minerali, che non conosce una crisi paragonabile ad altri settori industriali. Infatti anche nel 2009, come riportato nel rapporto Beverfood 2010-2011 l’Italia mantiene il suo primato europeo di consumo di acqua in bottiglia con 192 litri/abitante consumati, più del doppio rispetto alla media europea. Subito dopo troviamo la Germania (160 litri procapite), Spagna (123), Belgio (122) e Svizzera (120) e all’ultimo posto Russia e Regno Unito dove si consumano rispettivamente 22 e 25 litri/abitante, otto volte di meno rispetto al consumo medio italiano.

Per soddisfare questo altissimo tasso di consumo nel 2009 in Italia sono stati imbottigliati 12,4 miliardi di litri, di cui solo l’8% destinato al mercato estero. I maggiori consumi si sono registrati nel Nord-Ovest del Paese con il 30% del totale nazionale, seguito dalle regioni dell’Italia centrale e la Sardegna con il 26%, dall’Italia meridionale e la Sicilia con il 25% e infine le regioni nord-orientali con il 19%.

Un volume di affari di 2,3 miliardi di euro nel 2009, rimasto invariato rispetto all’anno precedente ma in continua ascesa negli ultimi trent’anni, come dimostrano i dati riportati dal rapporto Beverfood 2010-2011, con i consumi che sono aumentati dal 1980 ad oggi di 5 volte e con loro anche la produzione di acqua imbottigliata.

Viene spontanea la domanda: esiste un modo, una norma, un incentivo in grado di fermare la marea di bottiglie di plastica che monta nel nostro paese seguendo l’onda lunga del consumo delle bollicine imbottigliate?

 

Chi inquina paga?

Nel dibattito attuale sulle risorse idriche e sulla loro gestione ci sono alcuni presupposti ormai condivisi che valgono per tutte le attività che riguardano le risorse idriche, nessuno escluso:

- l'acqua è risorsa limitata, ed è sempre più scarsa in natura acqua di buona qualità, per non parlare di quella eccellente, quale è quella che oggi viene prelevata e imbottigliata;

- l'acqua è un bene comune, un principio affermato chiaramente nella nostra legislazione, che rende l'acqua un bene della collettività nel suo complesso e come tale indisponibile ad un uso esclusivo a scopo di profitto, con l’eccezione però eclatante delle concessioni per le acque minerali;

- chi inquina paga, un principio generale, assunto dalla legislazione comunitaria come riferimento-guida con il duplice obiettivo di rendere non vantaggiosi gli inquinamenti evitabili, e di recuperare risorse per le azioni di risanamento.

È su questi tre punti che le Regioni devono attivare un lavoro di revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua, prendendo in considerazione innanzitutto l’altissimo valore della risorsa idrica, a maggior ragione quella di sorgente e di ottima qualità, e l’impatto ambientale causato dai consumi da primato delle acque in bottiglia in Italia che può riassumersi in questi dati:

- l’utilizzo di oltre 350mila tonnellate di PET, per un consumo di circa 700mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2;

- il 78% delle bottiglie utilizzate sono in plastica, di cui solo un terzo viene riciclato mentre i restanti due terzi finiscono in discarica o in un inceneritore;

- solo il 15% delle bottiglie viaggia su ferro, mentre il resto si muove sul territorio nazionale su gomma, su grandi e inquinanti TIR.

L’adeguamento dei canoni porterebbe anche ad un forte incremento dei fondi incassati dalle Regioni, elemento ancora più rilevante in un momento di crisi come quello attuale. Al contrario oggi le Amministrazioni che incassano i canoni in gran parte dei casi non riescono nemmeno a raggiungere una quota sufficiente a coprire le spese necessarie per i controlli o per lo smaltimento delle bottiglie di plastica utilizzate.

 

Meditate gente, meditate!

Autore/Fonte: M.F.

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